LA SIBILLA CUMANA: IL MITO, LA STORIA E I LUOGHI
E’ noto che nel mondo antico molte divinità disponevano di indovini, pitonesse o profeti che, a nome del dio, emettevano oracoli o predizioni; la Pizia delfica è il caso più noto. Tuttavia era diffusa la credenza che, prima di questi personaggi fossero esistite alcune speciali interpreti della parola divina, esclusivamente di sesso femminile, non soggette al passare del tempo, isolate dal mondo e poco inclini a mostrarsi ai questuanti: erano le cosiddette SIBILLE. Nell'antichità greca e latina le Sibille erano vergini, giovani ma spesso pensate come decrepite, che svolgevano attività mantica in uno stato di trance. L'origine dell'appellativo è avvolto nel mistero né si sa con esattezza quante e quali fossero le Sibille.
Se ne indicava l’antica residenza in luoghi remoti, sparsi fra l’Asia Minore, l’Africa e le coste occidentali del Mediterraneo. Lo storico Marco Terenzio Varrone, ad esempio, ne nomina dieci: la persiana, l'eritrea, l'elespontia, la frigia, la cimmeria, la libica, la samia, la tiburtina e la Cumana, tra cui la stessa citata da Virgilio. Si pensava, anche, che in realtà si trattasse di un’ unica Sibilla immortale che si spostava da un luogo all’altro. Una delle più famose era, per l'appunto la Cumana, a volte chiamata Amaltea o Demofila o Appenninica, una delle figure semimitiche più complesse e affascinanti che emergano dalla letteratura latina e di cui abbiamo testimonianza per la prima volta però in Licofrone (scrittore greco del III sec. AC) e in Eraclito. In Virgilio, nel libro VI dell'Eneide, la Sibilla Cumana è il personaggio centrale, con la doppia funzione di veggente e di guida di Enea nell'oltretomba. In Ovidio, inoltre, nel libro XIV delle Metamorfosi la Sibilla Cumana racconta ad Enea di aver ottenuto da Apollo mille anni di vita, tanti quanti i granelli di sabbia che aveva stretto nella propria mano. Dimenticandosi, però, di chiedere al dio l'eterna giovinezza, la Sibilla è destinata a diventare sempre più debole e avvizzita col passare del tempo.
Essa appare, indirettamente già nel VI sec. a.C. quando, secondo una tradizione affermata, fu dalle sue mani che re Tarquinio Prisco acquistò una cospicua raccolta di oracoli, redatti in esametri greci su foglie di palma, poi definiti Libri Sibillini. Quale che ne fosse l’origine, è certo che questi libri costituirono una delle componenti più importanti della religione romana arcaica, tanto da essere consultati solo in caso di estrema necessità e di fronte a signa e prodigia che potevano lasciare intendere una precisa volontà degli dei. Alla consultazione di questi oracoli potevano accedere soltanto membri di un particolare collegio sacerdotale, originariamente di due, quindi di dieci e infine di quindici membri che erano legati ai culti di origine greca, in particolare quello di Apollo, e successivamente, al controllo di quelli orientali. I libri, dapprima custoditi nel tempio di Giove Capitolino, bruciarono nell’incendio del Campidoglio dell’83 a.C., furono poi ricomposti grazie alla raccolta degli oracoli custoditi in tutta la Grecia e l’Asia Minore e, quindi collocati da Augusto nel tempio di Apollo sul Palatino accanto alla dimora imperiale. Qui rimasero sino al IV sec. d.C., quando furono distrutti dal generale Stilicone. La leggenda che indica la Sibilla Cumana come autrice dei Libri Sibillini trova riscontro nel fatto che l’area cumana fosse sede di oracoli sin da età remota. E’ forse più sulla scorta di questa tradizione locale che sulla presunta origine cumana dei Libri che Virgilio nel libro VI dell’Eneide, descrisse la figura tremenda della Sibilla, maestosa sacerdotessa di Apollo e di Ecate Trivia, custode degli oracoli divini e delle porte dell’Ade che mostra il futuro e gli abissi del Tartaro a Enea quando sbarcò presso le sponde cumane. Nei poeti posteriori a Virgilio la solitaria, antica grandezza della Sibilla cede il posto a elementi superstiziosi e, talvolta, popolareschi. Properzio, Ovidio e Lucano tracciano la figura della Sibilla come quella di una vecchia con mille anni di vita, mentre Petronio nel Satyricon descriverà una Sibilla decrepita che, concorde con la testimonianza di Servio, Apollo ha reso immortale ma non eternamente giovane: ella, ridotta a minuscolo essere chiuso in una bottiglia, invoca in greco la morte. Al tempo di Stazio la consultazione dell’oracolo cumano risulta del tutto abbandonata e della sua immagine altro non resta che un simbolo astratto di Cuma. La Sibilla Cumana e l'Eneide Dall' Eneide III, 445-452 La vergine dispone in ordine tutti i responsi che scrisse sulle foglie, e li lascia rinchiusi nell'antro. I responsi rimangono immobili nel luogo e non si allontanano dall'ordine; ma quando, girato il cardine, un lieve vento li spinge e la porta scompiglia le tenere fronde, giammai, poi, volteggianti nella cavità della roccia, lei si cura di riprodurre le posizioni o di connettere i responsi: i visitatori si allontanano senza risposta, e odiano la sede della Sibilla. L’antro della Sibilla fu reso celebre da Virgilio che ne parla nel sesto canto dell’Eneide. Enea, dopo essere stato a Cartagine dalla regina Didone, e dopo aver celebrato i giochi funebri in onore del padre Anchise, si recò a Cuma per farsi prevedere il futuro dalla Sibilla cumana. Enea, sbarcato sulle spiagge di Cuma, si reca sulla rocca per incontrare la Sibilla (la sacerdotessa sacra al Dio Apollo), mentre gli altri superstiti Troiani vanno in cerca di acqua e di cibo. Intanto Enea raggiunge l’antro dove la sibilla vaticinava. Ella, alla vista di Enea, cominciò ad invocare il dio Apollo che entrò nel suo corpo e parlava al suo posto, mentre la sibilla mutò il volto. Nel frattempo Enea pronunciò una preghiera attraverso la quale chiedeva che i Troiani trovassero rifugio sicuro nel Lazio e che la mala sorte non li accompagnasse, dato che avevano già combattuto a lungo contro gli Achei. Se questo gli fosse stato concesso, avrebbe costruito un nuovo tempio per il Dio Apollo e avrebbe istituito dei giorni festivi in suo onore. Alla Sibilla invece promise che avrebbe conservato i suoi oracoli nei libri chiamati sibillini. E pregò di non affidare le sue profezie alle foglie, perché il vento se le sarebbe portate via. Chiedeva invece alla Sibilla di parlargli personalmente, ma ella non riusciva a scacciare la presenza del dio dal suo corpo. Il dio Apollo rispose che i Troiani non sarebbero mai voluti arrivare nel Lazio, poiché li attendevano numerosissime guerre. Enea poi avrebbe dovuto combattere contro un altro uomo forte come Achille, questi era Turno, re dei Rutuli. La causa di tutto ciò sarebbe stata Lavinia, figlia del re Latino. Ella era stata promessa sposa sia ad Enea sia a Turno. Le Altre Sibille SIBILLA PERSICA Viene considerata la più antica da Varrone, ma poiché mancano fonti relative alla sua "storia" spesso viene identificata con la Sibilla Babilonese o Caldea o Ebraica. In ogni caso appartiene al gruppo delle Sibille orientali. SIBILLA LIBICA Sempre appartenente al gruppo orientale, è confusa a volte con la Sibilla Egiziana. Per Varrone è la seconda per antichità, di cui darebbe notizia per la prima volta il drammaturgo Euripide. Sarebbe figlia di Zeus e Lamia, figlia a sua volta di Poseidone. Lamia poteva essere sia un mostro che rapiva i bambini, sia la regina eponima della capitale dei Malei. SIBILLA DELFICA E' la terza del catalogo di Varrone che cita il filosofo Crisippo come prima fonte. Appartiene al gruppo delle Sibille greche. Secondo la prima si tratterebbe della Sibilla Erofile giunta a Delfi e in contrasto con Apollo. SIBILLA CIMMERIA Si tratta della Sibilla Italica, la quarta del catalogo di Varrone. Per alcuni sarebbe originaria del Bosforo Cimmerio, ma si considera un doppione della Sibilla Cumana, come guida di Enea oltre l'Averno, patria dei Cimmeri, regione al confine tra i vivi e i morti. SIBILLA SAMIA Varrone mette in risalto la sua scoperta da parte di Eratostene nel III secolo a.C. Tuttavia si fa risalire all'antichità (VIII o VII secolo a.C.). Detta Phyto o anche Erofile ("amata da Era"?) a causa del culto di Era a Samo. Sesta nel catalogo di Varrone, appartiene alle Sibille greche. SIBILLA ELLESPONICA Ottava secondo Varrone, nata nella Troade presso Marpesso, vicino a Gergite. Si confonde con la Sibilla di Marpesso, Frigia. Appartiene alle Sibille greche. Attributi dell'iconografia cristiana: chiodi e croce. Donna di 50 anni con turbante. Annuncia la crocefissione. SIBILLA FRIGIA La nona del catalogo di Varrone, secondo il quale profetizzava ad Ancira. Sibilla greca, doppione forse della Marpessa detta Cassandra o Taraxandra. Forse il nome di una Sibilla frigia era anche Artemide, legata ad un culto di Artemide efesia nel VI secolo. SIBILLA TIBURTINA L'utlima del catalogo di Varrone, di nome Albunea, venerata come una dea a Tivoli, sulle rive del fiume Aniene, ove si dice fu trovata una statua della Tiburtina con un libro. Appartiene alle Sibille italiche ed a volte è stata confusa con la Cumana. SIBILLA EGIZIA Sibilla Orientale, citata solo da Eliano, confusa con la Libica o la Caldaica. A volte anche con la Sibilla Ebraica Sambeth, che si autodefiniva la nuora di Noé ed era stata inviata in Grecia, secondo la sibillistica ebraica, per svelare enigmi in opposizione alla mendace Sibilla greca. SIBILLLA EUROPEA Un'invenzione del tardo medioevo o inizio del rinascimento, non appare nel catalogo di Varrone. Con la Sibilla Agrippa viene aggiunta per fare da "pendant" ai 12 profeti. IL QUADRO STORICO
La Cuma greca ebbe circa tre secoli di vita: fondata dai Calcidesi nel 730 a.C. circa, fu presa dai Sanniti nel 421 a.C. Al momento dell’ arrivo dei Greci l’aspetto del litorale cumano era assai diverso da quello attuale: la collina dell’acropoli, infatti, oggi arretrata rispetto alla linea di costa, doveva allora formare un largo promontorio circondato da ogni parte dal mare. Le prime ricerche nel territorio ebbero luogo nel corso del Seicento in seguito alla ripresa delle coltivazioni nella zona, da tempo malarica; da quel momento, furono raccolte iscrizioni e statue fra le quali il famoso busto di Giove che si trova oggi al Museo archeologico nazionale. I primi scavi regolari furono condotti dal 1853 al 1857 dal Conte di Siracusa,fratello del re Ferdinando II. Dopo l’unità d’Italia continuò il sistema di scavi affidati a privati con la concessione data all’ inglese Stevens che portò alla luce una parte delle necropoli, a lungo saccheggiate da predoni. L’esplorazione dell’acropoli fu oggetto di ricerche parziali iniziate prima della I guerra mondiale e continuate fra le due guerre da Gabrici, Spinazzola e Maiuri. Dopo l’ultima guerra gli scavi si sono concentrati soprattutto nella città bassa. Lo studio delle sepolture ha permesso di ricostruire alcuni aspetti della società e dell’economia della città: alla fine dell’VIII sec. a.C. vi era una classe aristocratica che conservava le tradizioni funerarie della madrepatria (incinerazione e deposizione delle ceneri in un vaso di bronzo) e che viveva in una città estremamente prospera grazie al sapiente sfruttamento del territorio (allevamento di cavalli, colture di cereali e vigneti), alla lavorazione dei metalli e agli scambi marittimi favoriti da una posizione geografica eccezionale. IL LUOGOBenchè rimaneggiato in epoca ellenistica e romana è certamente collegato al culto oracolare originario di Apollo. Si accede ad esso attraverso un lungo corridoio (dromos) di oltre 130 metri. Il dromos è scavato interamente nella roccia tufacea, a partire dall'esterno dell'acropoli lungo il ciglione occidentale della collina, e si inabissa fino a giungere in un vasto ambiente rettangolare con una copertura a falsa volta: l'Antro vero e proprio dove la Sibilla dava i suoi ambigui responsi. Il corridoio è illuminato da sei grandi fenditure aperte in gallerie laterali verso il mare e presenta nella parte superiore una caratteristica sezione trapezoidale che aumenta l'impressione di altezza, già notevole (5 metri circa).
Per arrivareda Napoli (autostrade) - Imboccare Tangenziale di Napoli verso Pozzuoli. Uscita n. 13 Cuma.Seguire la statale e svoltare al primo incrocio a sinistra. Proseguire dritto e proseguire passando sotto l'Arco Felice Vecchio. Al primo incrocio, girare a destra proseguire e svoltare alla prima traversa a sinistra. Parcheggio adiacente non custodito per autovetture e autobus. da Napoli (centro - stazione centrale di piazza Garibaldi)Direzione Porto - Piazza Municipio. Proseguire per Mergellina e Fuorigrotta. Qui c'è lapossibilità di imboccare la Tangenziale direzione Pozzuoli, oppure proseguire per la viaDomiziana fino ad oltrepassare il centro di Pozzuoli (direzione Roma - via Domiziana). Seguire indicazioni per Cuma. Giunti al lago d'Averno proseguire fino a svoltare a sinistra al bivio con direzione Cuma. Proseguire dritto e proseguire passando sotto l'Arco Felice Vecchio. Al primo incrocio, girare a destra proseguire e svoltare alla prima traversa a sinistra. Parcheggio adiacente non custodito per autovetture e autobus. |